i Profughi di Emilio Tadini

La memoria del nostro vissuto, delle nostre esperienze e i legami affettivi costruiti nel tempo danno senso al viaggio. Danno struttura a ogni nostro progetto futuro” Melina Scalise

Giovanna Paolillo - Lula 17.03.2019-3
le fotografie selezionate per la mostra Profughi – ph ©Giovanna Paolillo

Si è conclusa sabato 20 aprile la mostra Profughi dedicata all’omonimo ciclo pittorico di Emilio Tadini realizzato dall’artista negli anni ’80 e ’90. La mostra comprende, oltre a tre grandi trittici, alcuni tra i più importanti quadri del pittore e scrittore milanese, sia di proprietà della famiglia che prestati per l’occasione dalla Fondazione Marconi, presso la quale è inoltre in essere, fino al 28 giugno, la mostra Emilio Tadini 1967-1972 Davanti agli occhi, dietro lo sguardo.  Per l’occasione 69 tra artisti e fotografi sono stati chiamati a raccontare la loro personale lettura, per offrire al pubblico la loro visione su questo tema così attuale e così ampio e che fu tanto sentito da Emilio Tadini. La mostra si è concretizzata così in un percorso formato dal mosaico di vissuti, sensibilità e tecniche differenti, armonizzato magistralmente da Melina Scalise in una corale attenta e protesa verso l’umano, così come la profonda sensibilità tadiniana ci insegna.  

profughi-orizzontale-loghi-tutti

Il mio progetto, che presento qui di seguito in versione integrale per coloro che non hanno potuto visitare la mostra, nasce come naturale proseguimento della ricerca iniziata nel 2018 e consta di una parte fotografica di 5 scatti singoli posti in logica sequenza, e di una parte testuale, frutto di mesi di lavoro. La partecipazione alla mostra ha significato quindi un altro passo avanti e un altro riconoscimento del mio studio sull’affascinante complesso mondo tadiniano, cosa della quale ringrazio ancora una volta Francesco Tadini e Melina Scalise, curatori della mostra.

Mollare tutto e andare via vuol dire credere che esista un altrove 1

Esiste in ciascun essere umano un bisogno di senso che l’uomo cerca in tutti i modi di soddisfare attivandosi, con i mezzi a propria disposizione, in una ricerca, o in una negazione, che può durare anche tutta una vita. “Quella del profugo mi sembra una metafora che rappresenta bene la nostra condizione attuale- la condizione della nostra cultura, alta o bassa che sia. … Lasciare la casa delle certezze, delle sicurezze …¹.
Siamo profughi.
In fuga o alla ricerca di noi stessi anche quando spinti dai bisogni primari.
In cerca di un luogo da chiamare casa, famiglia, anche nelle più alte speculazioni intellettuali e spirituali.
Profughi pellegrini con le nostre valige, i nostri fagotti, i nostri pennelli e le nostre penne, ed anche, sì, con le nostre macchine fotografiche. Con il nostro bisogno. E quando il bisogno diventa un graffio e poi un grido al quale dovere a tutti i costi dare spazio e forma, allora nasce l’Arte, alta o bassa che sia. Dalle pitture rupestri a Caravaggio, da Giotto a Toulouse-Lautrec, da Dante a Pasolini, da Baudelaire a Cappello, da Paganini a Battiato, senza quel grido, senza quell’ “ansioso bisogno di un senso² le loro opere sarebbero involucri del niente destinate al mordi-e-getta proprio della gran parte delle decine di migliaia di immagini da cui siamo bombardati ogni giorno.
Se tutto è da vedere e basta, come a volte sembra pretendere la nostra “civiltà dell’immagine” allora al posto del senso- di quella ansiosa ricerca di senso in cui il senso prende corpo- resta, e si insedia, il vuoto².
L’arte quindi può essere sì, per chi ne è spettatore e testimone coinvolto, il nostro bisogno di consolazione, come un abbraccio, proprio per quel bisogno di senso che l’ha generata e nel quale siamo portati a riconoscerci. Ma per l’artista è l’espressione di quel grido che ci portiamo dentro, di quel bisogno di senso che non accetta l’effimero e non accetta il finito. “Che il dipinto, prima di tutto, sia nuda apparenza, superficie. E, poi, che su quella nuda apparenza si diano da fare lo sguardo ed il pensiero ²
Siamo profughi.
Anime inquiete con le nostre valige sempre troppo piene. O, forse, troppo piccole.
Il profugo che si ostina a portare con sé troppa roba, rischia di non farcela- di cadere, impedito e affaticato, lungo la via¹.
E nelle nostre valige, comunque, la nostra angoscia, i nostri dubbi, la nostra speranza e la nostra nostalgia “uno strumento per misurare distanze- lontananze, appunto. Per collocarsi nello spazio¹. In uno spazio che non abbia, però, limiti né confini, che sia Infinito e che possa, così, contenere, in un qualche modo, tutto ciò che umanamente siamo.

Maria Luisa Paolillo

¹Profughi, in Emilio Tadini. “I tritici” Studio Marconi Milano 1990 – in Emilio Tadini 1985-1997 I profughi, i filosofi, la città, la notte Skira-Fondazione Marconi 2012

²Allegoria, in Emilio Tadini. “I tritici” Studio Marconi Milano 1990 – in Emilio Tadini 1985-1997 I profughi, i filosofi, la città, la notte Skira-Fondazione Marconi 2012


GALLERIA FOTOGRAFICA 
©MARIA LUISA PAOLILLO-QUEENFAEESTUDIO I PROTECT MY PHOTOS WITH BLOCKCHAIN TECHNOLOGY

 

 

 

 

 

 

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