Fuorisalone Milano 2017 – microviaggio nel mondo del Design

“Il Design è uno stato a sé. E Milano è la sua capitale”

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oggettistica di design

Dal 1961, anno della prima edizione del Salone del Mobile di Milano, il concetto di arredamento si è dilatato fino a diventare un enorme contenitore di creatività, innovazione e tecnologia. Un contenitore di idee in continua espansione che partendo dal centro fieristico di Rho, dedicato agli addetti ai lavori ma anche a tutti coloro che un po’ più che semplici curiosi cercano confronti e nuove idee per le proprie abitazioni private o locations pubbliche, si espande per tutta la città di Milano fino ad oltrepassarne i confini. Diventa infatti di anno in anno sempre più stretto il legame di interazione tra il polo espositivo e la città con la sua caleidoscopica giostra del Fuorisalone alla quale quest’anno hanno partecipato attivamente anche Monza e la sua prestigiosa Villa Reale. 

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istallazione a led di Deltalight

Il Fuorisalone è l’evento nell’evento, una matrioska di esposizioni e manifestazioni ad ingresso libero e su invito, un vortice di mostre e di parties, di colori di luci di materiali e di linguaggi. L’illuminazione, cui spetta lo scettro di questa edizione del Salone, investe come un’onda ogni cosa, la progettazione diventa prodotto finito, il design diventa arte e l’arte, lo sappiamo, nasce come espressione del quotidiano, viaggiando dalla sedia all’abito, dalla libreria agli accessori di abbigliamento ed agli oggetti di ornamento, dal complemento d’arredo alla cucina, dalla lucciola da giardino fino ai giochi di chiara ispirazione escheriana. Ed anche il food diventa design, l’unica necessità vitale di cui l’uomo abbia fatto un’arte, ormai presenza imprescindibile di ogni odierna manifestazione pubblica o privata. La città fiorisce di istallazioni e mostre temporanee, isole di degustazione, palestre all’aperto, giochi per ogni età. Ad ogni angolo graziosissimi sorrisi distribuiscono gadgets, inviti a parties ed eventi, buoni sconto ed offerte del genere “compra una camicia ti regalerò un gelato”. Studi ed atelier aprono le loro porte, le corti ed i giardini privati diventano salotti e privé, i palazzi liberty si schiudono, l’antica città sotterranea riemerge con i suoi bagni pubblici e gli alberghi diurni. È la Milano segreta che come una moderna Brigadoon esce per una volta all’anno dalla nebbia che la nasconde al mondo, offrendosi a tutti coloro che avranno voglia di scoprirla e di amarla.

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istallazione di Zaha Hadid – particolare

Frastornata dalla sterminata offerta del Fuorisalone, ho adottato il mio infallibile Metodo Louvre (così denominato perché ideato 30anni or sono in occasione della mia prima visita a Parigi), ovvero circoscrivere un’area di interesse e, senza rimpianti per ciò che resta al di fuori di essa, viverla fino a quando mi fanno male le onde negli occhi e la mia ombra stremata si accascia ubriaca. Quest’anno ho scelto il Brera District ed il vernissage di una personale del fotografo Davide Cerati, per ammazzarmi di bellezza e di stanchezza.
Il centro del mio viaggio è stata l’Accademia di Brera, dove il White in the City, l’onda bianca della Design Week, prende le forme di istallazioni a firma Zaha Hadid, Daniel Libeskind, David Chipperfield, Patricia Urquiola, questi sono solo alcuni tra gli Arch Studios più importanti al mondo rappresentati.

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istallazione nell’Orto Botanico di Brera

I corridoi dell’Accademia pulsanti di attività quotidiane degli studenti nei laboratori, sono un tunnel temporale che, trasportandomi in quelli a me più noti e cari di via Zamboni, mi conducono là dove batte il cuore verde dell’Accademia, il magico Orto Botanico che, dopo anni di abbandono e degrado, dal 2001 rivive il suo secolare incanto. Attraversare quel cancello è stato come attraversare uno specchio, di quelli a muro alti tre metri e con la cornice di volute e viticci in legno dorato, per entrare in un giardino fatato di erbe ed ortaggi e piccoli fiori dalla struggente bellezza. Un giardino quotidiano, né maestoso né esotico, avvolto nel rosso mattone dei palazzi e delle mura che lo circondano, disposto per file come l’orto della nonna, ombreggiato da alti e discreti alberi-guardiano. Ed addossata ad un muro, abbracciata da erba alta e ruggine la Panchina delle Foglie per Alda, l’omaggio che appena un anno e mezzo fa Marisa Tumicelli offrì simbolicamente all’amica milanese in occasione delle celebrazioni per l’ultima notte dell’Expo. Transitoria la piccola gloria della Panchina delle Foglie che pure resiste strenuamente abbarbicata a quel profondo legame spirituale che l’ha voluta. Dal suo muretto dell’oblio volge in alto lo sguardo rugginoso, verso quei muri rossi, ed oltre verso il bianco colonnato del cortile e le sue statue, e poi fuori verso quei palazzi imponenti ma discreti, istallazioni secolari che con sufficienza e condiscendenza sbirciano verso il basso, al di sopra dell’ombrello di transitorietà che ricopre, inesorabile ed inclemente, l’affannosa ridda della Design Week.

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Panchina delle Foglie per Alda

Dopo il vernissage nel delizioso Spazio Kryptos in zona Porta Venezia, attraversare al tramonto i quasi disabitati Giardini Indro Montanelli, quel polmone verde che dai Bastioni giunge a Piazza Cavour, è un bagno di purificazione dall’affascinante e conturbante Babele della città. Pronta poi per rituffarmi tra il frastuono indifferente della metropolitana che, come un cane guida, mi riporta fedelmente nella mia più sobria provincia.

maria luisa paolillo
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album flickr Brera District 2017 by QueenFaee Studio

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