Lily

California-Kiss-1955-Elliott-Erwitt resizeLily era una donna.
Prima di qualunque altra cosa, moglie, madre, amante, nonna, padrona di casa, era una donna. Come le era stato insegnato che una donna debba essere. Femmina e non femminista, moglie ma non sottomessa, sottomessa ma mai annullata, intelligente -ma lui non lo deve sapere-, forte –ma anche questo lui non lo deve sapere-, frivola ma non vanitosa, elegante nella sua corsa, salviamo l’apparenza e l’essenziale dietro l’apparenza.

Lily ha fatto la guerra. Ha combattuto dietro la trincea. Lily ha diviso in due il tuorlo di un uovo per dare da mangiare alle sue figlie. Quelle figlie che caricate sui carri bestiame, alla notte, scappavano dalle città sotto le bombe, perché lei potesse essere vicina al suo uomo, dietro la trincea.
Lily mi sapeva viziare. Dolcemente e voluttuosamente come lei era stata viziata. In una nuvola di profumo Fidji e cioccolato con il piccolo viso schiacciato contro il suo sensuale rassicurante seno.
Lily se le cadeva un oggetto attraversava la casa per trovare qualcuno che glie lo raccogliesse.
Lily non amava cucinare. Comprava scatoloni di cornetti gelato alla panna e di bottigliette di succhi di frutta perché noi bambine potessimo divertirci.
Lily flirtava con tutti perché era donna, ma non ha mai tradito il suo uomo.
Lily mi faceva trovare immensi piatti di prosciutto crudo da mangiare con le mani, quando arrivavo a casa sua dopo un lungo viaggio in macchina con i miei.
Lily dirigeva la grande casa che riempiva di letti quando arrivavamo in massa. Ma non sapeva cosa fosse una bolletta o un conto corrente.
Lily mi ha insegnato che una vera signora si riconosce dalle sue mani che devono essere sempre curate. Mi diceva che una vera signora sa quando inginocchiarsi e passare lo straccio. E forse, in un tempo a me ignoto, l’ha anche fatto, forse.

Lily era Lily. Perché Lily è leggero, non impegna. Lily perché il suo è il nome della Madonna del Carmine.

Lily elegante. Lily sempre in ordine e pulita, profumata. Lily con la collana e gli orecchini. Lily con i tacchi a spillo e la camicetta verde smeraldo. Lily è nata signora.
Lily il giorno del suo 97° compleanno si è messa un vestito damascato blu ed una spilla d’oro sul colletto bianco. Il collarino di velluto nero al collo e gli orecchini di perle. Si è fatta fare il manicure con lo smalto trasparente. Si è messa il «rosso sulle guance» ed il rossetto. Poi ha fatto la vezzosa con il compagno poco più che trentenne della nipote, chiedendo con sguardo furbo “lei, ma lei quanti anni mi dà?”.
Lily ha fatto la guerra. È scappata nei rifugi e sotto i bombardamenti. Ha nascosto il suo uomo sotto un quintale di patate per difenderlo dai tedeschi. Ha mangiato lupini a lume di candela. Ha fatto la sfollata in casa della ricca zia romana per non tornare a casa, da suo padre, e lasciare il suo uomo in trincea, da solo.
Lily aveva la pelle bianchissima. E più passavano gli anni più diventava bianca e trasparente. Lily non si abbronzava mai ma aveva il sole dentro. Lily ci accarezzava e ci baciava con insistenza perché così era il suo amore, fatto di improvvise e graffianti carezze, di quella passione che ancora ci tiene unite.
Lily ci amava tutte. Adorava i miei occhi neri e la mia pelle oliva, il mio carattere selvatico, mediterraneo come il suo uomo.

Il suo uomo era bello, alto, giovane, brillante. Se non ci fosse stata la guerra sarebbe stato uno yuppy rampante ed intrigante. Ma c’era la guerra e bisognava seguirlo in trincea per proteggerlo dalle chimere e dai tradimenti della politica. Dopo la guerra, bisognava difenderlo dalle lusinghe della carriera, dal benessere economico.
Lily una vita con lui in trincea, per salvarlo dalle bombe, dai consigli di amministrazione e dal suo stesso fascino.

Lily era una donna, con le mani sempre curate e lo smalto rosso carminio ed un amore imponente che gridava fisicità in ogni istante.
Lily mi portava alla giostra ed incantava il custode perché mi facesse fare un giro, due giri, tre giri dopo la chiusura. Perché io ridevo e lei era felice. Lily mi portava al parco ondeggiante sui tacchi a spillo per farmi correre a rotta di collo. Lily aveva i piedi deformati per decenni trascorsi dentro scarpe a punta e tacchi alti.
Lily ha fatto la guerra, nella polvere e nella torre d’avorio.

Lily aveva paura, non era un’eroina. Aveva paura ma ha fatto la guerra. Ha protetto le sue figlie dalle bombe seduta su un enorme rospo che le solleticava le cosce. Ha nascosto il suo uomo dai nemici. Lily aveva paura del tempo e il tempo l’ha fatta sua. Lily ha visto il suo uomo morire e le sue sorelle e suo fratello. Ha visto morire due delle sue tre figlie.
Lily giocava a poker e vinceva sempre, anche quando perdeva perché sapeva rischiare il giusto. Il tempo ha giocato con lei e lei ha vinto ancora.
Lily non era un’artista, non era famosa. Non ha scritto libri o poesie, non ha dipinto quadri né composto musica. Lily non sapeva cantare e non sapeva curare le piante. Lily credeva in D_o ma il giusto per potersi tutelare. E D_o l’ha fatta entrare, ferita e mai spezzata, a testa alta nel XXI secolo.

Così Lily, sradicata dalla sua casa, dalla cittadina per trent’anni palcoscenico della sua sconosciuta vita, lontana dal mare, dall’aria tiepida e quieta della riviera di ponente, si è ritrovata in un appartamento nelle nebbie venete, dietro una finestra ad aspettarmi. Ad aspettare tutte noi. Ad aspettare l’Angelo che le liberasse il tempo, quel tempo che aveva intrapreso con lei una partita a poker.
Lily, a dispetto del tempo, non aveva una ruga. I lineamenti un poco appesantiti, ma la sua pelle sottile e bianca non riusciva a corrugarsi. Nell’armadietto del suo bagno aveva una crema rassodante per il collo.

Lily che mi spetta dietro la finestra.
Lily che gli occhi le diventano rossi quando mi saluta.
Lily che teme che quella sia l’ultima volta.
Lily in quel letto di ospedale, lo sguardo spaventato di un bambino.
Lily che non vuole più mangiare.
Lily stanca, che non vuole più respirare.
Lily che le fanno male i piedi.
Lily disidratata, la pelle sottile che si crepa.
Lily sotto quella finestra.
Lily ad aspettarmi.
Lily che mi chiede “è così il posto dove lavori?”.
Lily che non ha più voce per chiamarmi.
Lily, ancora, stanca, ma che non si arrende.
Lily stremata che non si addormenta.
Lily che non mi fa andare a casa.
Lily che “ma’, chiama don Giorgio che non passa la notte”.
Ma Lily ancora lì il giorno dopo. E quello ancora. E ancora e 40 volte ancora.
Lily Bereshit e Lily Getsemani.
Lily che non è grande ma che è donna. Fino all’ultima sua cellula è donna. Fino all’ultimo suo fiato è donna. Lily la Morte che le respira dentro, che ne senti l’odore ma lei è donna.
Anche la Morte è donna e nemiche, loro, si alleano.

Lily era fascino e sensualità. Era una nuvola di profumo Fidji e cioccolato.

Lily il mio rifugio.
Lily donna e vanità ha giocato a poker con la Morte. Ha fatto un buio ed ha vinto, alleandosi con Lei quando noi non potevamo vedere.

Lily 12 marzo 1909-16 giugno 2006

maria luisa paolillo
QFS_mlp 2008-2017

 

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