la campana di vetro

La campana di vetro di Sylvia Plath Oscar Mondadori 1992

la-campana-di-vetroOssessionata dall’esecuzione dei coniugi Rosenberg Esther, con macabra lucidità nell’ingannevole frescura dell’afosa estate newyorkese, inizia a prendere coscienza della realtà altrettanto ingannevole di una società falsata e dissociata della quale si sente di giorno in giorno sempre meno parte.

Con sconcertante semplicità, la voce narrante e protagonista inizia così a descrivere in stile diaristico, un susseguirsi di eventi che si accavallano, incalzanti e senza phatos, lungo una linea temporale discontinua.

Lo sguardo distaccato di Esther/Sylvia osserva, inconsapevole e inerme come dietro a una vetrina, la campana di vetro discendere spietata ed ineluttabile sulla sua vita, come spietati ed ineluttabili sembrano essere gli eventi e le sue stesse azioni dove causa ed effetto si sovrappongono e si confondono.

In una narrazione veloce e piatta, priva di sbalzi e colpi di scena, l’assenza di empatia anche negli avvenimenti più impattanti che la riguardano, leviga le scene rendendole incolori. Ma proprio in questo sta la sua drammaticità, nel cadere delle parole sulle pagine assecondando l’onda del pensiero, snobbando regole logiche e temporali nel lucido distacco dei ricordi, lucida memoria anche del caos dei giorni di più profonda depressione, nei quali unico pensiero nitido era il desiderio della morte. Ed il pensiero del suicidio arriva così, apatico e naturale, senza ragione né ragionevolezza, quale inevitabile via senza che alcuna possibile alternativa sia stata presa in considerazione. Senza ideali né certezza, senza un Dio né alcunché in cui credere, in una società schematica e spersonalizzante il suicidio appare alla protagonista quale unica soluzione liberatrice, deresponsabilizzante e vagamente romantica, che Esther insegue e corteggia fino ai confini del comico e del grottesco. Ma il suicidio dona fama maledetta a chi non ne potrà godere, con questo la protagonista dovrà suo malgrado confrontarsi non comprendendo, nemmeno su un finale che giocando sulla dualità antitesi-emulazione giunge al paradosso restando poi sospeso davanti ad una porta, che il suicidio non è la risposta, ma la domanda per la quale si è smesso di cercare la risposta.

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Oscar Mondadori ed. 1979

Senza puntare apertamente il dito, senza un grido di denuncia o una critica esplicita, senza rabbia e senza affetto, il romanzo della Plath contiene comunque evidenti e palesi accuse nei confronti di una società ottusa e supponente, intollerante e violenta, ancorata a stereotipi inadeguati e anacronistici come un Linus alla sua salvifica coperta, incapace di accoglienza e compassione, nella quale la frustrante condizione femminile è solo uno dei molteplici frutti di un miope pregiudizio.

Tutto questo e quel gesto estremo e teatrale di porre fine alla propria vita, sono probabilmente all’origine del successo della Plath. Quanto però, mi chiedo, attribuibile ad una sua cosciente volontà di opposizione e denuncia o quanto piuttosto inconsapevole conseguenza di una acuta sensibilità, un carattere fragile e depresso ed un bisogno di attenzioni esagerato, esposti e strumentalizzati dopo la sua morte.

Una storia, quella di Esther/Sylvia, che si ripete tristemente nel tempo e nello spazio, in una società che muta forge colori e materiali del proprio cappello, senza cambiare però la testa che vi sta sotto.

Maria Luisa Paolillo
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