apocrifo contemporaneo

La faccia delle nuvole di Erri De Luca Feltrinelli Editore 2016

41asrdrjeil-_sx307_bo1204203200_Ci troviamo di fronte non ad un racconto ma ad un vero e proprio apocrifo contemporaneo, a cavallo tra il teatro e l’esegesi biblica. Ciò che a De Luca piace immaginare sia accaduto, credibile e verosimile, dietro i risvolti non tracciati di una storia che appartiene a ciascuno di noi, credente o non credente, radicata nella nostra cultura in modo spesso scontato e superficiale. Ma in De Luca non troviamo un intento esegetico vero e proprio, quanto piuttosto la volontà di capire e di spiegare, a sé stesso prima che a chi lo voglia seguire nel suo cammino, il percorso ed il significato di questa storia che divide il mondo da più di 2000 anni. Non fa scoperte o rivelazioni rivoluzionarie, ma le allinea una dietro l’altra come semplici perle nel tessuto di un racconto-commedia tratteggiato da episodi di commovente ingenuità che scarta, quasi d’improvviso dividendo idealmente il libro in due parti, nella descrizione degli avvenimenti dopo la morte di Ièsuh e del loro significato anticipato dalle Scritture Sacre.

In nome della Madre termina, prima dei canti finali dei pastori e di Miriàm, con l’ingresso di Iosèf nella capanna dopo il parto: “Entra Iosèf, questo adesso è tuo figlio.” E il dialogo che Miriàm, dal misterioso concepimento fino alla nascita, ha intimamente tenuto con sé e con quel Figlio-Mistero che cresceva dentro di lei, ripartendo proprio dall’ingresso nella capanna, diventa il dialogo aperto tra Iosèf e Miriàm, un dialogo di quello stupore e di quella saggezza semplici che nascono dall’amore al vero. Un dialogo ragionevolmente realista in quanto ogni scena, ogni inquadratura, ogni fotogramma ed ogni parola, portano il sigillo di una fonte. De Luca non inventa, immagina i dialoghi, le parole, gli atteggiamenti avvalendosi per il suo canovaccio delle Scritture, delle quali ha già dimostrato profonda conoscenze e metodo di approccio (per es. Le sante dello scandalo), e delle testimonianze narrate nei Vangeli, dei quali conosce contenuti origini e riferimenti. Muovendosi con naturalezza tra le Scritture e il presente narrato, lungo la fitta rete di collegamenti che danno senso e tengono uniti tra loro tutti gli avvenimenti della storia del mondo, ci dice che il tessuto del mondo è una densa trama di relazioni e significati, ogni cosa è segno e simbolo che rimandando continuamente ad altro contribuisce a formare una rete senza fine. Lì, tra le maglie degli eventi e delle allegorie, c’è scritto il significato del mondo, tutta la sua storia passata a futura. Le parole sono le porte per accedere ai significati più segreti e le lettere ebraiche, con il loro valore ghematrico¹, ne sono le chiavi.

L’interpretazione ghematrica delle lettere e delle parole non è un sistema di indagine e di studio usato dalla nostra cultura, non è di facile accesso e ancor più difficile è andare oltre un apprendimento superficiale. De Luca, quale che sia il suo livello di conoscenza, dimostra familiarità e dimestichezza con questo approccio, fin dalle copertine di entrambi i libri con le quali traccia un percorso: quello di Miriàm che da umile unità misteriosamente abitata, si sdoppia in un altro che diventa casa, mentre Iosèf, timone di una nave che non gli appartiene, sfuma dietro quel figlio che non è suo nello stesso modo in cui è emerso, come ombra non del figlio ma della madre, casa protettrice umile e inadeguata ma ferma e fedele. È la storia di chi il mondo l’ha spezzato e l’ha ricomposto, De Luca questo lo sa, che sia il messia o il più grande profeta questo poco importa qui, sta di fatto che lui, Ièshu il mondo l’ha frantumato e l’ha riunito come il vento fa con le nuvole, le nuvole il cui volto si rispecchia nel suo perché è il volto del cielo, di chi è destinato ad essere frainteso, quello di chi è destinato ad essere scambiato per qualcun altro e a prenderne il posto senza mutare la propria natura.

La scrittura di De Luca, limpida e scorrevole, tocca punte ardite, sino a spingersi all’azzardo di pastori che parlano dialetto napoletano, il suo dialetto, e doganieri che dialogano come nostri contemporanei, perché la storia di allora è la storia di oggi, è la storia di tutti gli uomini. Ma anche qui De Luca non inventa niente perché l’iperbole è già dentro il fatto stesso di una nascita che raccoglie con tenerezza un avvenimento al di là dell’umano avvolgendolo di umana normalità, perché qualunque nascita è un miracolo dell’altro mondo.

Maria Luisa Paolillo


¹per il significato v. nota a mio art. Intervallo

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