ho bisogno di una vacanza e non di un Martini

Benzine by Gino Pitaro Edizioni Ensemble  2015

benzineQuesta volta per Gino Pitaro niente ringraziamenti e niente dediche, solo il testo che richiama e impone tutta l’attenzione del lettore su di sé. Il necessario, l’essenziale: il racconto.

Gli occhi di Luigi si aprono senza preamboli sulla sua realtà e sul mondo immediatamente circostante e, come una finestra attraversata da folate di consapevolezza ed ingenuità, permettono di affacciarci su uno spaccato sociale tristemente realistico ed attuale. Ci incuneiamo così tra due parentesi di vita di un uomo che vive ancora da studente, militante in una lotta politica anacronistica, costruita su triti ed abusati luoghi comuni e dalla quale si distanzia senza però dissociarsi.

Disincantato, annaspando e sorprendendosi, Luigi nuota in un magma di scetticismo e umanità, mantenuto a galla da quell’ironia che gli permette di mettere a nudo la realtà, e con essa sé stesso, sdrammatizzandola ed anche amandola per quello che è e per ciò che di buono, comunque ed inevitabilmente, porta. Con estrema sagacia e sano cinismo ci conduce disinvolto attraverso un continuum di attimi di vita normale, alternati a fotogrammi sociali e qualche colta dissertazione lasciata lì, quasi per caso. Un percorso senza ostacoli che la narrazione in prima persona presente rende limpido ed efficace come un film.

Emerge così il disegno di un piccolo eroe, per scelta e per errore, del quotidiano e del buon vivere civile, immigrato tra gli immigrati, pendolare tra i pendolari, precario tra i precari, che sa però attraversare la Tiburtina Valley e le sue “porte dimensionali”, Roma e la sua periferia tentacolare e tentacolata, con quella agilità che consente all’autore di lanciare denunce sociali (anche estremamente attuali come la dipendenza dai social) e linguistiche (significativa quella contro l’uso-abuso dei termini anglofoni ormai padroni del linguaggio quotidiano, specialmente in ambito aziendale e tecnologico, troppo spesso usati per farcire un fragilissimo italiano e dare spessore a concetti vuoti e a tristi banalità). Un uomo-eroe normale ma non comune, spennellato di tratti autobiografici con la stessa naturalezza con cui l’autore si avvale di citazioni e prestiti importanti molto ben riambientati (ne è un bell’esempio la partita di calcio tra italiani e inglesi), e dell’uso di un linguaggio colloquiale impreziosito con espressioni concetti e termini inusuali e forbiti, un piacevole contrasto palese dichiarazione di “non lo uso perché non voglio, non perché non so”.

Attraverso la qualità del lavoro in un call center, questi uffici batterie di rifugiati a fare un lavoro cui unico scopo e significato sono i pochi soldi grattati a discapito dei colleghi e la conquista di “un nulla” a suon di invidie e ipocrisie, prende forma la squallida realtà comune alla gran parte dei luoghi di lavoro italiani. Ma la guerra dei poveri è ovunque, anche in università tra colleghi dottorandi e neo dottorati insofferenti succubi di un professore di mediocre spessore, tra i compagni del movimento, tra le persone che volteggiano le une intorno alle altre sfiorandosi o toccandosi, e persino tra gli amici o presunti tali. Lotta ovunque: i poveri che vogliono a tutti i costi primeggiare imponendosi per un potere illusorio, e i poveri consapevoli di esserlo che combattono per la sopravvivenza ma che alla fine, nel piccolo, le loro soddisfazioni se le prendono pure.

Sullo sfondo troneggia l’immigrato nelle sue molteplici sfaccettature extra comunitarie e comunitarie dell’est. Ma in un oggi in cui l’immigrato è di moda, fa articolo fa scatto fa libro, l’autore vive questa realtà, che a volte pesa, ammettiamolo, attraverso la sensibilità di Luigi, che la affronta con un occhio altro e con sguardo aperto, con la mano destra tesa (e la sinistra sul portafoglio perché non si sa mai!) non tanto ad accogliere l’immigrato in quanto tale, ma quanto chi, come lo stesso protagonista, vive le difficoltà e le frustrazioni di una società in declino ed in espansione, difficile affascinante e comunque ancora foriera di sorprese.

I risvolti polizieschi alla “007 de casa mia”, sono quasi delle glosse vergate con noncuranza ma fondamentali perché lo sguardo di Luigi resti alto sopra la massa.

Un lavoro molto curato e ben strutturato, quello di Gino Pitaro, mai artificioso o forzato, benché ad ombreggiarlo occhieggi l’immotivata assenza dall’indice del capitolo di pag. 112 “Come una sciarda”, un peccato d’omissione che non fa onore ad una casa editrice quale è la Ensemble

Maria Luisa Paolillo
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